M.E.S.

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Il Mes (meccanismo europeo di stabilità) è una istituzione finanziaria internazionale (art. 1) che nasce in quanto la Banca Centrale Europea non può essere il prestatore di ultima istanza degli Stati (art. 123 del TFUE).

A differenza di una Banca Centrale che crea la moneta da prestare, le casse del Mes devono prima essere impinguate dai versamenti degli Stati (art. 8): l’Italia è impegnata a versare ben 125 miliardi di euro, fondi da prelevare nelle nostre tasche che invece potrebbero essere utilizzati per dare respiro e sostegno a lavoratori e imprese.

Il modo in cui gli amministratori del Mes poi utilizzeranno queste risorse e svolgeranno le proprie funzioni è coperto da immunità. Oltre a ciò tanto gli scritti quanto i documenti ufficiali godono addirittura dell’inviolabilità (art. 35).

Entrando nel funzionamento del meccanismo, l’assistenza finanziaria del Mes è attivata sotto delle condizioni che impongono percorsi di austerità agli Stati soggetti al programma, quei percorsi che poi non migliorano ma peggiorano la situazione economica e le prospettive di ripresa.

Entriamo ora nella Riforma del Mes che si vorrebbe ratificare questa primavera, frutto della dichiarazione del Vertice euro del 14 dicembre 2018 passata colpevolmente in sordina per molti mesi nelle nostre aule parlamentari.

La prima considerazione è che tale Riforma non migliorerebbe ma aggraverebbe la situazione perché inasprirebbe ancor di più i vincoli di austerità aumentando le criticità in gioco, con gravi ripercussioni soprattutto per il popolo italiano. Infatti prima di entrare in un programma finanziario gli organi del Mes procedono con delle valutazioni, a partire da criteri selettivamente definiti da un ventaglio di possibilità iniziali (All. III): tali criteri non solo sono ampiamente discutibili perché legati alla immancabile logica di austerità ma di fatto risultano decisamente penalizzanti per l’Italia, i cui fondamentali economici sarebbero invece meglio valutati al di fuori di tale logica distorta. In funzione di ciò l’Italia sarebbe poi penalizzata nell’assistenza finanziaria, vedendosi applicate delle peggiori condizioni di austerità, dette “rinforzate”, e sarebbe di conseguenza percepita come un paese di serie B dai mercati finanziari.

Visto che con questa Riforma il Mes presterebbe assistenza solo a paesi con debito sostenibile e capacità di rimborso (art. 13, art. 18), e visto che un paese additato come di serie B non avrebbe questi requisiti, allora la ristrutturazione del debito italiano diverrebbe molto probabile. Tant’è che la ristrutturazione è stata agevolata proprio dalla Riforma modificando le clausole d’azione collettiva (art. 12): ma se la Riforma del Mes rende più probabile e facile la ristrutturazione a tali condizioni, il segnale lanciato ai mercati è che i titoli di debito pubblico italiani si potrebbero deprezzare con più facilità, imponendo perdite dirette ai risparmiatori e indirette attraverso la crisi dei bilanci delle banche italiane. Infatti a causa del conseguente rischio del contagio finanziario alle banche dell’eurozona, ad esempio tedesche e olandesi, la riforma del Mes prevede anche un finanziamento al Fondo di risoluzione delle banche: tutto ciò perché si prevede un rischio di cui la Riforma è portatrice.

In sostanza avverrebbe questo, che il semplice annuncio dell’attuazione della Riforma del Mes potrebbe innescare una spirale perversa di aspettative di insolvenza e quindi far esplodere una crisi finanziaria che potrebbe squarciare il già fortemente lacerato tessuto produttivo italiano, uno squarcio innanzitutto nella pelle dei lavoratori e delle imprese, così come nei risparmi delle famiglie che verrebbero falcidiati. Per fermare la Riforma del Mes scendiamo in piazza e blocchiamo l’ennesima vessazione!

Questa volta siamo in tempo!

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